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1 dicembre 2009
La riforma anti-giovani della professione forense ed Il deserto dei Tartari: opere a confronto
“Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione[…]. Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita. Pensava alle giornate squallide all’Accademia militare, si ricordò delle amare sere di studio quando sentiva fuori nelle vie passare la gente libera e presumibilmente felice [...]Adesso era finalmente ufficiale, non aveva più da consumarsi sui libri né da tremare alla voce del sergente[…]”.
Sin dall’incipit dell’opera di Dino Buzzati è facile cogliere un certo parallelismo tra la figura di Drogo e quella dei “giovani laureati in Giurisprudenza”, antagonisti dell’opera fortunatamente incompiuta sulla riforma della professione forense. Ci si laurea dopo anni ed anni di studio, in cinque adesso e non più in quattro come invece era previsto dal Regio Decreto del ‘34 – una bella involuzione! – e animati da altrettante belle speranze, una volta “dottori” si provvede ad iscriversi prontamente al Registro Praticanti; attenzione però: è necessario portare a termine le pratiche e versare qualche centinaio di euro all’Ordine entro e non oltre i primi di novembre, giacché, in caso contrario, si allontanerebbe di un anno la possibilità di tentare il terno a lotto dell’esame d’avvocato. Ma torniamo all’opera di Buzzati ed al suo protagonista.
“Sì, adesso egli era ufficiale, avrebbe avuto soldi, le belle donne lo avrebbero forse guardato, ma in fondo – si accorse Giovanni Drogo – il tempo migliore , la prima giovinezza, era probabilmente finito”.
Soldi? Belle donne? A differenza del caro Drogo, i giovani laureati non aspirano a tanto, quantomeno nell’immediato post laurea, ma sperano di poter competere nel libero mercato del lavoro, utilizzando finalmente gli strumenti che si sono procurati attraverso anni di studio e pronti ad imparare ed a studiare ancora. Speranze che ben presto s’infrangono contro il muro della realtà, costruito mattone dopo mattone dalle lobby di chi sembra aver paura della concorrenza. L’unica certezza che rimane è che la prima giovinezza è oramai andata e con essa scorrerà veloce anche l’età adulta; passeranno gli anni e saranno vissuti con la stessa incertezza di un naufrago che dalla zattera non riesce a scorgere alcun approdo e con la medesima amarezza che si avverte quando leggendo il romanzo di Buzzati si scopre che Drogo, giunto giovanissimo alla Fortezza e ivi rimasto per tutta la vita, non riuscirà mai a realizzare ciò per cui si era sacrificato: lo scontro con i Tartari.
Questo lo scenario – ancor più desolante di quello attuale – che vedrebbe la luce, qualora il disegno di legge approvato in Commissione Giustizia al Senato divenisse realtà. L’esclusione dei giovani avvocati dalla figura di mediatore, perno della recente riforma del processo civile che introduce la conciliazione obbligatoria per determinate controversie, non pare bastare agli autori del capolavoro sulla riforma della professione forense, no: il colpo di grazia alla “Generazione Futuro” va dato. Ed ecco prontamente rispolverate e reintrodotte le tariffe minime “inderogabili e vincolanti” per gli avvocati ma nessun compenso è invece previsto per i praticanti; la pubblicità viene fortemente regolamentata, l’esame di abilitazione diviene più oneroso, il divieto di esercitare l’attività organizzandosi in società di capitali viene ribadito con forza.
Poco importa che ad echeggiare vi sia persino l’autorevole grido del presidente dell’Antitrust Antonio Catricalà, il quale bolla la riforma come “peggiore di quella del ‘39 sulle libere professioni”; poco importa che il presidente della Camera Gianfranco Fini abbia dedicato un intero capitolo al “patto generazionale” nel suo libro “Il futuro della libertà”. L’Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani. Non esiste Indice delle liberalizzazioni dell’ IBL che tenga e che possa ivi porre le proprie radici, né in un contesto simile Angela Padrone, autrice de “La sfida degli outsider”, potrà mai sperare che si riesca a superare la barriera invalicabile del “soffitto di vetro”. L’Italia non è un paese per liberalizzatori, né per giovani, dicono. Ma non ci si accorge che oramai i tempi per una inversione di tendenza radicale sono maturi. Una politica che si tappa le orecchie e tura il naso ha vita breve. Una società che esclude i giovani, anche. Il rischio? Alto, altissimo. Lasciare una intera generazione nel deserto, ad aspettare nel deserto, in una fortezza nel deserto. Nel deserto sì: quello dei Tartari.
Pubblicato su Libertiamo
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3 giugno 2008
(Excursus)Subprime: crisi o non crisi? Questo è il problema…
Nel marzo del 2007 il fondo New Century Financial Corporation, poco noto al pubblico europeo, ma attivissimo al di là dell’Atlantico nel settore dei mutui immobiliari, sperimentò delle pesanti difficoltà finanziarie che, nel giro di pochi giorni, lo portarono alla bancarotta. Nessuno poteva immaginare che, proprio da lì, partiva il primo refolo di quello che un pugno di mesi dopo sarebbe diventato uno dei più grandi ed estesi crac finanziari della storia. Quello dei mutui subprime -prestiti concessi a debitori dalle non eccellenti condizioni finanziarie- ha assunto le sembianze di un tornado che, a partire da agosto, ha trascinato nella bufera le più grandi banche, gli hedge fund, i fondi d’investimento, diversi enti locali americani e molti investitori di tutto il mondo (si stimano perdite, in giro per il pianeta, di mille miliardi di dollari). Un uragano internazionale creato da una manciata di mutui e da tanta finanza creativa. Un fallimento di mercato, che preoccupa il Fondo Monetario Internazionale nondimeno per la regolamentazione eccessiva che di qui scaturirebbe e che finirebbe per esacerbare gli effetti dell’attuale compressione del credito, come viene scritto in un recente rapporto dell’organizzazione internazionale. E nessun dorma: la bufera finanziaria pare lontana dall’aver esaurito i propri effetti. Insomma, in modo semplicistico e un po’ romanzato, abbiamo descritto quella che oggi viene definita la “crisi dei subprime”. E qui ci fermiamo, per chiederci: fu vera crisi? Non tutti la pensano in questo modo. Secondo l’interessante e singolare punto di vista del giovane economista Paolo Asoni, ricercatore di Epistemes.org, non si deve parlare di crisi o, quantomeno, è sbagliato parlarne nei termini consueti. “In primo luogo - afferma - c’è finora stata una semplice correzione del mercato in una fase rialzista che durava ormai da cinque anni”. In ogni fase rialzista, ci spiega Asoni, si creano situazioni in cui l’eccesso di fiducia e la volontà di guadagno fanno sottostimare il rischio implicito di alcuni strumenti. Tutti cercavano di investire in mutui subprime perché sembravano assicurare alti rendimenti con un rischio relativamente contenuto. Proprio così. Ma ciò era dovuto non al “reale” rischio insito nei subprime, quanto nell’aspettativa che avevano creato. Quindi se tutti comprano ad occhi chiusi, non c’è bisogno di controllare se la merce è buona! Un po’ come un giovane calciatore conteso da tante società solo perché figlio di un campione: si ha l’aspettativa che sia forte, ma chi lo ha mai visto giocare? Tutti acquistavano, dunque, gli strumenti ad alto rischio, quali ad esempio i CDS o Credit Default Swaps e i CDO o Credit Default Options, spinti da aspettative di guadagni rapidi, solo perché pubblicizzati così tanto dalla forza-vendita da diventare popolari - sebbene, a causa della loro complessità – pochi ne conoscessero davvero la struttura e il loro effettivo funzionamento. Per l’economista di Epistemes, ciò che dovrebbe essere tenuto in conto non è l’indice di mercato ma i fondamentali dell’economia. Poiché le aziende sono in salute (eccetto il settore finanziario che aveva iniettato troppo rischio nel suo bilancio) e la tendenza dell’economia mondiale per fortuna non sembra guidare verso una crisi della produttività, possiamo dire che questo periodo di transizione non sia altro che un forte vento che porta via le foglie cattive.” E si sa, le aziende che si indebitano troppo, che prendono troppo rischio, vengono penalizzate dal mercato. Ecco il senso della concorrenza. Solo i migliori continuano ad esistere. Nessuna crisi del mercato, nessun fallimento di mercato nell’assicurare la stabilità economica, allora, semmai il mercato che ritrova i suoi equilibri. Se proprio vogliamo usare il termine “crisi”, l’economista di Epistemes ci consiglia di affiancare ad esso l’aggettivo “salutare”. “Paradossalmente, la crisi dei subprime del mercato ha posto fine alla “vera” crisi del mercato. Quella che non gli permetteva di prezzare correttamente il rischio.” Affermazioni, quelle di Asoni, che fanno riflettere. E chissà che non abbia ragione lui.
Pubblicato ad Aprile su "LiberaMente"
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18 dicembre 2007
(Excursus) Lo Chef consiglia: class action statunitense o “caste action” in salsa italiana
Da secoli la cucina italiana (insieme a quella immancabile: la cinese!) viene esportata in tutto il mondo, così come i cari prodotti tipici nostrani. Noti, lodati, degustati, ma soprattutto “imitati”.
Ebbene per una volta l’Italia, seppur per errore, ha deciso (che è tanto!) e si è messa all’opera per preparare una succulenta vendetta.
“E’ovvio - si è detto - non possiamo prendercela con uno staterello indifeso, né con uno con cui è difficile dialogare per mancanza di democrazia!”. E allora ragionando per esclusione gli chef anti-americani, al momento al potere, hanno visto negli USA il paese più appetibile. “Ragazzi, a copiare la cucina e i loro prodotti non ci sarebbe gusto alcuno!- ha detto il capo-chef Manzione, secondo indiscrezioni - imitiamo uno dei loro piatti forti: la class action. Se dobbiamo imbatterci in un’impresa deve essere ardua! ”. E ardua fu.
“Per class action si intende un'azione legale iniziata da un soggetto che chiede al Tribunale di essere autorizzato ad agire per sè e per altri che si trovano nella medesima situazione”. Si tratta, quindi, di uno strumento che consente a tutti i soggetti che abbiano subito un danno, di beneficiare dell'attività processuale condotta da un soggetto (chiamato negli Usa lead representative) anche nell'interesse di altri.
Strumento interessante in grado di dare rappresentanza ai consumatori nel mercato molto più delle associazioni di categoria. Per i giovani che sognano di fare l’avvocato, una bella opportunità “imprenditoriale” e “americana” di lavoro: negli Stati Uniti sono gli studi legali a far da promotori di una class action, pubblicizzandola sui media e chiedendo l’adesione gratuita dei consumatori.
Ma qui in Italia, con regole vetuste e incartapecorite sulla professione forense, tutto ciò è fantascienza: questa parte della ricetta non è quindi pervenuta.
E prontamente si è posto il problema degli ingredienti da utilizzare. Disastrosi i risultati, state a vedere.
A differenza che negli Usa, dove ogni soggetto può ritenere di essere esponente di una ‘categoria’ e chiedere al giudice la certificazione della “class”, in Italia i soli soggetti abilitati ad intentare cause collettive sono le associazioni dei consumatori, cioè quegli organismi che sono iscritti a un apposito registro presso il Ministero dello sviluppo economico. Da noi, dunque, si mira a procedere neppure per “classi”, ma per “rappresentanti di classe” (come ha scritto Alberto Mingardi dell’Istituto Bruno Leoni) o meglio, ancora una volta, per “caste”.
Accusa di incostituzionalità a parte - la Carta costituzionale prevede infatti la sola titolarità del singolo ad agire se danneggiato - vi sono poi altri due problemi. In primis, l’eventuale risarcimento sarà erogato solo a favore di quei consumatori che abbiano esplicitamente aderito alla causa, e non a tutti i presunti danneggiati. In secundis, qualunque associazione autorizzata può procedere a nome della medesima classe, anche se altre l’hanno già fatto. Eodem modo, qualunque singolo cittadino potrebbe andare avanti individualmente, per poi magari aggregarsi alla class action in caso di successo! “Ma allora – osserva Silvio Boccalatte, anche lui dell’IBL – non ha più senso parlare di azione collettiva: si tratta solo di una dubbia forma di modifica alle regole sulla legittimazione ad agire in campo processual-civilistico”.
Ebbene sì, i nostri cari chef escono evidentemente sconfitti dal confronto con un piatto che incarna la cultura di mercato statunitense. Ma tant’è.
Pubblicato su "LiberaMente"
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23 ottobre 2007
GRAZIE PER AVER CREDUTO IN ME!
Ebbene sì, è bastata una sola settimana di campagna elettorale ed il voto d’opinione è prevalso.
Una sola settimana per scardinare un sistema malato, vigente oramai da troppo tempo.
Sono stata eletta!Tra lo stupore di tutti, sono stata eletta!
E dirò di più: IL MIO PROGRAMMA ELETTORALE E’ STATO ATTUATO!
Adesso non ci aspetta che una Luiss -Facoltà di Giurisprudenza di gran lunga migliore e da far invidia a tutti.
Ringrazio i miei amici e coloro che, pur conoscendomi da pochissimo, mi hanno dato la loro piena fiducia, sostenendomi ed incitandomi…La ragazza che mi ha confessato: “Noi stiamo pregando che vinci tu!” e chi, ascoltando i miei discorsi, mi ha detto:”Se non avessimo promesso il voto a … saremmo stati tutti dalla tua parte!continua così!”
Adesso siamo tutti dalla stessa parte, tutti uniti per costruire insieme, con una rappresentante che rappresenta tutti e che svolge al meglio il proprio dovere.
Ho dimostrato, con l’aiuto di chi col voto ha difeso la mia causa, che anche le ragazze possono fare grandi cose, seppur ostacolate ed intrappolate in una realtà stupidamente maschilista.
E come se non bastasse, sono riuscita ad evitare la rappresentanza per cooptazione in CODISU.; ho preteso il voto, molto più giusto e democratico ed alla fine, sono stata eletta anche lì!La prima ragazza nella storia della Luiss ad essere membro della CODISU!Niente male, non credete?..
Tutto questo per dire che il sesso non rileva, se vali e se vuoi ardentemente che qualcosa di giusto si realizzi, prima o poi e con un bel po’ di sacrificio accadrà.
Un ‘esperienza indimenticabile questa, che, dopo quella fatta a Bruxelles, mi ha dato tanto e tanto ancora avrà da insegnarmi; che mi ha permesso di incontrare un grande amico, Roberto Pinto, e centinaia di belle persone che, come lui, credono nella parte pulita e costruttiva della politica universitaria, nel voto d’opinione e in nome di ciò mi sono state vicino.
Grazie, ragazzi!
elezioni
luiss
codisu
| inviato da rositaromano il 23/10/2007 alle 22:25 | |
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11 maggio 2007
Non vogliamo la luna…
Idee e proposte concrete per una facoltà che ci proietti davvero nel mondo del lavoro.
Rosita Romano Candidata al Consiglio di Facoltà di Giurisprudenza alla Luiss per la lista Nuova Scelta (scheda rosa)
Cambiamento della politica universitaria: far laureare gli studenti nel miglior modo possibile e nel minor tempo possibile.
Misure da adottare per tutti gli studenti di Giurisprudenza, in particolare per quelli iscritti al I e II anno:
· Il metodo di insegnamento deve essere efficace e student-friendly (es. slide e Powerpoint, case-study, simulazioni di processi); · I corsi devono avere una durata semestrale (metodo ritenuto efficace dallo stesso rettore Egidi, con il quale ho avuto modo di confrontarmi sul tema); · Vanno concentrati nei primi 3 anni tutti gli esami fondamentali; · Va enfatizzata l’importanza del diritto comunitario, comparato, internazionale, della better regulation, perché le nostre conoscenze devono essere orientate – sempre di più – alla competizione in un mercato del lavoro ormai globale, che richiede competenze non più solo “nazionali”; · Gi esami a scelta devono essere concentrati negli ultimi due anni così da consentire agli studenti di potersi consapevolmente ritagliare un proprio profilo formativo, in base alle attitudini e aspirazioni che ognuno sente di avere; · L’insegnamento della lingua inglese deve essere costante, così come deve essere data la possibilità di studiare un'altra lingua a scelta (che valga come esame); · Il programma di una determinata materia d’esame deve essere identico in tutti i corsi, per evitare discriminazioni; · Bisogna prevedere prove intermedie (facoltative), il cui voto faccia media con l’esame finale; · Sarebbe opportuno costituire un Comitato degli studenti, interno alla Facoltà, che si ponga come interlocutore responsabile e propositivo nei confronti dell’Università stessa.
Misure urgenti da adottare per gli studenti iscritti al III e IV anno :
· Deve essere concessa la facoltà di redigere una tesi progettuale, grazie alla quale si possano conseguire anche 10 punti in sede di laurea(come nelle altre facoltà della Luiss!); · Massimo 5 esami per il V anno; proposta: Procedura civile, Procedura penale, esami opzionali(2 o 3), da scegliere anche fra quelli propri delle Facoltà di Scienze poltiche e di Economia o impartiti nei corsi di laurea interdisciplinare (in particolare di Diritto ed Economia) ; · Lo stage (tirocinio) deve essere reinserito divenendo parte integrante del percorso di studi e del monte-crediti; in effetti, visto che tale esperienza era prevista come requisito indispensabile per il conseguimento della laurea triennale, quasi tutti gli studenti iscritti attualmente al IV anno hanno fatto esperienza di tirocinio che non si sono più visti riconoscere come tale; · Cambiamento del programma di studi per il V anno. I corsi devono essere concentrati nel primo semestre; il secondo semestre (come per la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Bocconi) deve essere dedicato all’eventuale esperienza di tirocinio, alla tesi progettuale e ai rimanenti esami da dare ; · Eventuale riconoscimento di un particolare profilo, in base agli esami scelti (es Laurea magistrale in giurisprudenza con indirizzo in Diritto societario, penale, o in Law and Economics, etc.).
Misure urgenti da adottare per gli studenti iscritti ai corsi di laurea magistrale:
· Ripristino degli appelli della sessione estiva; · Pagamento di una retta ridotta per il primo anno fuori corso (come alla Bocconi, dove la penalizzazione inizia solo dal secondo anno fuori corso).
| inviato da il 11/5/2007 alle 0:14 | |
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10 ottobre 2006
Notizie dal Parlamento Europeo: La situazione delle donne in Europa e nel mondo preoccupa i deputati
Il Parlamento ha adottato definitivamente una direttiva sull'attuazione del principio di pari opportunità e della parità di trattamento in materia di occupazione e impiego. Inoltre ha anche affrontato un ampio dibattito sul ruolo delle donne nei conflitti armati, come vittime e strumenti di guerra ma anche come vettori di pace.
Pari opportunità e parità di trattamento in materia di occupazione e impiego L'Aula ha adottato, senza modifiche, la raccomandazione di Angelika NIEBLER (PPE/DE, DE) sulla direttiva in merito all’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego. Si tratta di un testo organico che raccoglie, chiarisce, semplifica e attualizza la vigente normativa UE dispersa in sette direttive. Porterà all'abrogazione di norme e contratti che violano il principio di non discriminazione e all'adozione di disposizioni che consentono ai lavoratori di tutelarsi. Essendo frutto di un compromesso con il Consiglio, la direttiva potrà presto entrare in vigore e gli Stati membri dovranno darvi attuazione entro due anni. La direttiva pone un divieto generale di discriminazione fondata sul genere per quanto attiene alle retribuzioni per un medesimo lavoro, ai regimi professionali di sicurezza sociale, all'accesso al lavoro, alla formazione e alla promozione professionali e alle condizioni di lavoro. Agli Stati membri è quindi imposto di abrogare tutte le disposizioni legislative, regolamentari e amministrative contrarie al principio della parità di trattamento, mentre potranno essere dichiarate nulle e prive di effetto quelle contenute in contratti individuali e collettivi o nei regolamenti delle aziende. Gli Stati membri dovranno anche dotarsi delle norme atte a permettere a chi si ritiene leso di tutelarsi e di prevedere un sistema di risarcimento o riparazione del danno; sono chiamati ,inoltre, a stabilire norme relative alle sanzioni da infliggere in caso di violazione; dovranno ,poi, designare uno o più organismi per la promozione, l'analisi, il controllo e il sostegno della parità di trattamento e incoraggiare il dialogo tra le parti sociali, gli accordi collettivi e le prassi nazionali e, infine, stimolare i datori di lavoro e i responsabili della formazione a prendere misure efficaci per prevenire tutte le forme di discriminazione sessuale, in particolare le molestie e le molestie sessuali.
Situazione delle donne nei conflitti armati Le donne sono, allo stesso tempo, vittime e strumenti di guerra, ma anche vettori di pace. La relazione di Véronique DE KEYSER (PSE, BE) - adottata dal Parlamento con 315 voti favorevoli, 23 contrari e 67 astensioni - sottolinea l’importanza dell’accesso ai servizi di salute riproduttiva e chiede giustizia per le vittime degli stupri;chiede, inoltre, di rafforzare il ruolo delle donne nei processi decisionali postbellici. La relazione mette in luce la «responsabilità degli Stati» di porre fine all’impunità e di perseguire i responsabili di genocidi, crimini contro l'umanità e di guerra, comprese le violenze sessuali, lo stupro, la schiavitù sessuale, la prostituzione forzata, la gravidanza forzata e la sterilizzazione forzata perpetrate ai danni di donne e bambine. Inoltre, i deputati chiedono «tolleranza zero» allo sfruttamento sessuale dei bambini, delle bambine e delle donne nei conflitti armati e nei campi profughi. E, in proposito, esigono «sanzioni severe sul piano amministrativo e penale nei confronti del personale umanitario, dei rappresentanti delle istituzioni internazionali, delle forze di mantenimento della pace e dei diplomatici che vi facessero ricorso». Per i deputati, le donne hanno una «particolare propensione al dialogo e alla non violenza» e ciò potrebbe quindi contribuire «in modo molto efficace» a prevenire e a gestire pacificamente i conflitti, ma possono avere un ruolo positivo anche nella ricostruzione postbellica. Il Parlamento sottolinea quindi la necessità di rafforzare il ruolo delle donne nei processi decisionali politici nell'ambito della ricostruzione di un paese, nonché la loro presenza politica al tavolo dei negoziati. La Commissione e gli Stati membri dovrebbero quindi assicurare un'adeguata assistenza tecnica e finanziaria a sostegno dei programmi che consentano alle donne di partecipare pienamente alla condotta di negoziati di pace e che conferiscano alle donne potere nella società civile nel suo complesso nonché ai programmi di disarmo, smobilitazione e reinserimento. Da notare che - con 242 voti favorevoli, 187 contrari e 8 astensioni - è stato cancellato il riferimento alla necessità di ricorrere a un sistema di quote per garantire la presenza femminile.
| inviato da il 10/10/2006 alle 17:18 | |
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15 giugno 2006
Donne in carriera politica?Vivamente sconsigliato alle "mogli di..."
Potrei arrampicarmi, come un agile indigeno, sul banano più alto (ma dove lo trovo questo banano?) e poi lanciarmi nel vuoto. Oppure,confidando nel potere dell’informazione, potrei chiamare a testimone il segretario della federazione della Stampa, Serventi-Longhi e pretendere un giurì d’onore. Ancora, potrei raccogliere le firme di una petizione da consegnare al capo dello Stato; chiamare a raccolta gli/le intellettuali ecc. Ma non servirebbe a nulla. Questa storia della “moglie di…“ continua a perseguitare il mio sesso. Perseguita anche me dal momento che conosco alcune delle signore che vorrebbero dedicarsi alla politica. Diventare senatrici, deputate, assessore, consigliere. Ma non gli viene riconosciuta la libertà di farlo. Anzi, una simile scelta è considerata impopolare, disonorevole, sconsigliabile. Nonostante i dubbi sulla “discriminazione positiva“, la fatica della parità, qui l’ostacolo è più profondo. Riguarda, io credo, un modello del femminile difficile da cancellare. Nella vulgata giornalistica, nonostante il personale mediatico si sia abbeverato alla fonte del “politicamente corretto“, la moglie del politico è meglio che non faccia politica. Pena l’accusa, appena velata, di essere una intrigante; una che pretende di sfruttare il marito per le sue ambizioni. Se ne deve dedurre che questa donna, questa signora “moglie di…“ non possiede una vita propria. Non è in sé buona o cattiva. Brava o incompetente. Capace o incapace. Come si spiega che Anna Serafini non sia candidata? Con il fatto che è la moglie del segretario Piero Fassino e non con le quattro legislature che ha alle spalle (la regola nei Ds, se pure con molte deroghe, vuole che chi ha già due legislature non venga ricandidato) Cosa si mormora della candidatura di Anna Maria Carloni (una lunga carriera politica nel Pci di Enrico Berlinguer e nella commissione femminile di Adriana Seroni prima, di Livia Turco poi; una decennale attività come presidente dell’associazione Emily di Napoli che si batte per una maggiore presenza delle donne nelle istituzioni)? Che dipende dalla volontà del marito, il presidente della Regione Campania, Antonio Bassolino. Destino simile tocca a Sandra Lonardo, moglie di Clemente Mastella, da anni first lady tra Benevento e Telese, ora presidente del Consiglio regionale della Campania. Traspare, dai commenti, una curiosa predilezione per le donne che scelsero (o scelgono) di restare appartate tra casa, famiglia e professione. Nulla devono avere da spartire con la politica. E dunque con il marito che fa politica. Tra gli esempi positivi, Carla Voltolina, che pare non abbia voluto seguire il marito, Sandro Pertini, al Quirinale. Oppure Veronica Lario che non accompagna il marito, Silvio Berlusconi. Mentre continua è l’insistenza affinché le donne partecipino allo spazio pubblico-politico in prima persona (basta accennare alla travagliata vicenda delle “quote rosa“, ora approdata a una paradossale legge votata in extremis solo da uno dei rami del Parlamento), le signore-mogli di politici, per non dare luogo a commenti malevoli e salaci, farebbero meglio a evitare ogni commistione, ogni incrocio. Per favore, astenetevi! La politica e chi la abita sembra immutabile. D’altronde, questo fenomeno non appartiene solo alla “cattolica e mediterranea“ Italia. Hillary Clinton funzionava quando difendeva il marito nonostante le di lui espansioni nella Sala Ovale, ma dopo ha “brigato“ e intrallazzato e trafficato per la sua carriera. E Ségolène Royal, che si regge in un complicato equilibrio con il compagno, segretario del Ps, Francois Hollande, in vista delle prossime elezioni alla presidenza della repubblica francese, viene sovente descritta come un personaggio ambizioso da balzachiana “Commedia umana“. Naturalmente, è anche possibile che sia ambiziosa. E la Clinton una impicciona. Ma a voi pare che gli uomini politici siano tutti degli angeli?
Dalla rivista “DeA”, di Letizia Paolozzi
| inviato da il 15/6/2006 alle 9:4 | |
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12 giugno 2006
Solo per donne fenomenali
Tieni sempre presente che la pelle fa le rughe, i capelli diventano bianchi, i giorni si trasformano in anni..
Però ciò che è importante non cambia; la tua forza e la tua convinzione non hanno età. Il tuo spirito è la colla di qualsiasi tela di ragno. Dietro ogni linea di arrivo c`e` una linea di partenza. Dietro ogni successo c`e` un'altra delusione. Fino a quando sei viva, sentiti viva.
Se ti manca ciò che facevi, torna a farlo. Non vivere di foto ingiallite insisti anche se tutti si aspettano che abbandoni.
Non lasciare che si arruginisca il ferro che c`e` in te. Fai in modo che invece che compassione, ti portino rispetto. Quando a causa degli anni non potrai correre, cammina veloce. Quando non potrai camminare veloce, cammina. Quando non potrai camminare, usa il bastone. Però non trattenerti mai!!!
Madre Teresa di Calcutta
| inviato da il 12/6/2006 alle 9:55 |
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11 giugno 2006
I diritti delle donne e la vergogna italiana
L’Italia è tra i Paesi che più discrimina le donne sui posti di lavoro e nella gestione del potere . La situazione non sicuramente rosea, lo si sapeva, ha assunto tinte e sfumature allarmanti: è quel che è emerso dalla classifica del World Economic Forum che, prese in esame 58 nazioni, ha collocato il bel Paese al quarantacinquesimo posto, peggio dello Zimbabwe . Cinque i criteri presi in considerazione : partecipazione economica e parità retributiva, opportunità di accesso al mercato del lavoro, presenza nelle strutture decisionali ,educazione, assistenza sanitaria, e tutela della maternità. Siamo i penultimi dell’Unione Europea, a distanze abissali dai Paesi nordici , come Svezia, Norvegia e Islanda, che occupano i primi gradini della classifica. Ebbene, per un’Italia che ama erigersi a paladina dei di ritti femminili è una gran bella bocciatura, non ammissibile in una democrazia egualitaria come la nostra . Il dirigenzialismo maschilista impera. Non esistono di fatto né pari diritti né pari opportunità. Chi, come me, vuole che le cose cambino, faccia sentire la propria voce! scriva il proprio commento su questo blog.
| inviato da il 11/6/2006 alle 14:2 | |
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